LETTURE CONSIGLIATE

L'esile fiamma del drago
di Barbara Crossette
Con l'incisività di un reportage estremamente documentato, il libro racconta il passato e il presente di una nazione che solo da poco si è aperta al mondo esterno, esplorandone i molteplici aspetti: la modernizzazione molto cauta perseguita dalla monarchia regnante - tesa ad evitare gli errori di altri paesi himalayani, segnati dalla devastazione ambientale o dall'invasione di un turismo superficiale e misticheggiante - la natura spettacolare e incontaminata e, soprattutto, la storia, le tradizioni, le vicende umane e sociali che restano, ancora, indissolubilmente legate alle dottrine e agli insegnamenti buddhisti.


Corrado Ruggeri racconta il Bhutan

Bhutan, nella valle di Punakha
con gli sherpa della gioia

di Corrado Ruggeri

 

. Non si fermano mai le ruote dello Dzong di Punakha, piccolo luogo magico dove l’altitudine è perfino accettabile, 1300 metri, l’aria pura e la pace infinita. Ce ne sono due all’inizio del ponte levatoio, residuato bellico di quando su queste valli si combatteva contro gli invasori che arrivavano dal Tibet. Tempi lontani, ma già da allora questo è lo Dzong più prezioso e amato, quello dove il re viene incoronato e dove le api si trovano benissimo. Costruiscono giganteschi alveari che nessuno si azzarda a disturbare, sotto il cornicione del primo tetto, dietro la grande jacaranda, dove chissà perchè si posa lo sguardo appena superato il ponte levatoio, nel piazzale davanti alla scalinata d’ingresso dello Dzong. E’ la prima meraviglia, questo insieme di alveari che pulsano come un gigantesco cuore, si contraggono e si riespandono, agitati da un movimento di ali che non si fermano mai e in questo modo rinfrescano i favi. Naso all’insù, lo spettacolo è abituale e nessuno pensa a una minaccia, a un attacco improvviso di un gigantesco sciame di api, saranno migliaia, capaci di stendere un esercito. Qui la natura è amica, sarà la santità del luogo, sarà che è proprio un mondo diverso dal nostro, ma nessuno vive quello spettacolo di energia come un pericolo. E’, per tutti, un semplice tesoro della natura.
Come questo splendido Dzong, che è invece opera dell’uomo, il più bello e il più sacro del paese: il lilla degli alberi di jacaranda, il bianco candido delle alte pareti, le decorazioni in oro, rosso, nero, le scale ripide, il ponte levatoio, le reliquie dei Lama. E anche i gatti, che sciamano fra un cortile e l’altro e saltano in braccio ai monaci, a caccia di coccole e di qualche bocconcino. Ma in questa domenica non ci sono tuniche viola o rosse o amaranto a far loro compagnia, questa domenica gli uomini che amministrano la fede sono nella grande sala a pregare tutti insieme. Si sente un vociare lontano e confuso, si riconoscono all’improvviso trombe e tamburi che indicano la strada per attraversare corridoi angusti e bui che rimandano col pensiero all’abbazia de , a luoghi che custodiscono, o forse nascondono, qualche cupezza antica, un tormento dell’animo che accompagna ogni religione. Anche questa. Qui ci sono più di 200 monaci, un ondeggiante popolo di tuniche rosse che recita mantra, canta, medita, compone armonie di mani e vibranti arabeschi con campanelli che fanno crescere il ritmo della preghiera, i toni diventano più intensi, le spalle si coprono a un ordine che nessuno dà ma che tutti conoscono, prima che la voce salga, diventi quasi un grido corale coperto poi dai colpi di tamburo, dall’urlo delle trombe e dall’esplosione metallica dei piatti affidati all’autorità del Lama. Dopo, sarà di nuovo silenzio. Mentre fra i banchi, dove gli anziani siedono nelle prime file e i novizi nelle ultime, non si interrompe mai un rigido controllo di ordine e serietà, affidato a monaci guardiani che impugnano i segni del comando, frusta compresa.
Disciplina severa, in particolare per i più giovani che devono imparare a governare loro stessi, prima dei fedeli. Ma gli istanti di libertà arrivano anche per loro: finita la cerimonia si va al fiume, che corre sotto lo Dzong. Via le tuniche, si lavano i panni e se l’acqua non è troppo fredda, si fa anche il bagno. Roba da ragazzi, un istante di serenità. Perché la vita in monastero non è facile, soprattutto per chi è adolescente. Studio, preghiera, pochi svaghi. Qualche colpo di frusta, se non si riga dritti. Qualche angheria, forse anche segreti inconfessabili che non vengono mai rivelati, tantomeno denunciati, ma ai quali si pensa guardando volti, scrutando occhi, interpretando un’espressione, un’occhiata, un gesto, un sorriso, un ghigno. Forse si sbaglia, ma il dubbio viene. E non scompare. La vita da monaco, oltre che per chi viene arruolato nell’onorevole esercito dei religiosi, è una garanzia per la famiglia di origine, che spedisce bambini di dieci anni in monastero, anche se i piccoli non hanno mai avuto o . Vestire la tunica significa rinunciare a ogni desiderio terreno: la vita diventerà lettura e scrittura, i novizi non dovranno far altro che pregare e imparare a memoria i mantra, all’inizio senza neppure capire quel che stanno studiando. Gli anziani li esaminano, qualche volta chiedono ai giovani ore di studio supplementare, capita pure che suggeriscano, e pratichino, privatissime ripetizioni personalizzate. Ma un monaco in famiglia resta una benedizione per tutti.
Fuori dal monastero la vita è meno facile. Anche nella fertile valle di Punakha, dove la natura generosa regala due raccolti di riso all’anno e fa crescere arance succose e banane saporite. Una cittadina che fu capitale e oggi prospera grazie a un turismo che apprezza un’altitudine confortevole, siamo a 1300 metri, e sconfigge l’antica credenza che in Bhutan vuole condannati all’infelicità i luoghi dove si congiungono due fiumi. Qui si incontrano il Mo Chhu e il Po Chhu, fiume Madre e fiume Padre, serpentine azzurre fra le risaie. Non si smette di guardarli scorrere in mezzo a questo piccolo paradiso, mentre si resta prigionieri felici nelle stanze o sulla terrazza dell’Uma Punakha, uno di quei luoghi che scaldano l’anima. Pochissime camere, appena 12, un cuoco che viene da Bali e di quell’isola porta fin qui la dolcezza e il gusto di sperimentare, anche in cucina: diventa squisito perfino lo yak usato per fare il sugo e condire tagliolini fatti a mano e larghi come fettuccine.
Poi c’è Kenche, orgogliosa del suo titolo di housekeeper, governante o cameriera, ma detto in inglese la fa sentire più importante. Bussa alla porta: . E lo dice con un sorriso straordinario, di quelli che risplendono sulle riviste patinate per reclamizzare un prodotto e riescono bene dopo decine, centinaia di foto. A lei viene spontaneo. Aperto, luminoso, rassicurante. Non è bella, ma quel sorriso è straordinario. Ha 21 anni e sulla schiena – intelligente trovata di marketing – porta il cesto usata dai contadini: invece del fieno, dentro c’è tutto quel che le serve per il suo lavoro. Fa molto atmosfera, quasi commuove al posto del solito carrello carico di asciugamani, saponi e bottigliette di bagnoschiuma.
Kenche è un’inconsapevole sherpa della gioia di stare al mondo, una testimonial riuscita di come il Bhutan sia davvero quel che dice lei: . Ha un figlio, sta con un uomo che chiama anche se non si sono mai sposati, semplicemente vivono insieme come usa da queste parti, nella grande casa della famiglia allargata, con i genitori, i 5 fratelli, i nonni, gli zii: . Non è poco per loro, uno stipendio più che discreto. Però il sogno segreto è riuscire ad andare a vivere in Australia. Ma come, il Bhutan, felicità, pace, armonia? Sorride. Dice di adorare Brad Pitt, che ha visitato il Bhutan, e Angelina Jolie, che buona parte del tempo libero lo passa a guardare i film inglesi con i dvd, sospira quando ricorda che i genitori sono contadini e fanno tanta fatica a zappare la terra e raccogliere non molto. Dice però che il loro peperoncino è straordinario. E sorride, sorride, sorride.
E’ l’arma segreta di queste donne, il sorriso smagliante che . In una società fondata su valori semplici, sembra contare più l’autenticità di un gesto o di un sentimento che l’artificio di una strategia di comportamenti. Tecniche di seduzione non hanno successo fra queste montagne dove i rapporti personali sono schietti. Ma il fascino, quando c’è, è un’altra cosa.
Istituto di artigianato di Thimphu, la capitale, college in stile americano, dove vivono e studiano 200 giovani, maschi e femmine. Costruiscono il futuro con 9 ore di lezione al giorno, dormono in camerate spartane, letti a castello, bagni in comune, riscaldamento in funzione ogni tanto, il gong che annuncia i pasti, consumati in una sala comune, seduti per terra e con stoviglie di plastica. Rigore, austerità, metodo. Con qualche trasgressione. Tsherina è la più carina della scuola, viene dal sud, ha occhi da pantera inferocita, fessure luminose in mezzo al viso capaci di graffiare l’anima, i capelli neri raccolti in una maliziosa treccia, la blusa blu da studentessa con i risvolti rossi alle maniche, dita affusolate, il nasino che affoga fra gli zigomi e si arriccia ad ogni sorriso. Da due anni fa quel che non dovrebbe: è fidanzata con un compagno di corso. . Vuole diventare interior designer. Intanto scolpisce nel legno i simboli della sua fede e spera di trovare una tigre volante, come quella di Guru Rinpoche, che la porti verso il successo.
Il Bhutan è terra di leggende, di credenze antiche alle quali ci si aggrappa anche per avere più fiducia nel domani. Tra Thimphu e Punakha c’è un passo, il Dochu La, a 3140 metri di altezza, che oggi è uno sventolio infinito di bandierine di preghiera, un arcobaleno che sa di gioia e serenità, con l’Himalaya sullo sfondo. Un tempo era pericoloso. Per lunghi anni, si racconta, qui imperversò una diavolessa cannibale che divorava i poveri viandanti. Finchè sulla sua strada trovò Lama Drupka Kunley, il Folle Divino, che la invitò a cena, ingolosendola con una mandria di yak, di cui la diavolessa era molto ghiotta. Il Lama la incenerì, con il suo . A ricordo della liberazione del passo c’è un piccolo tempio nella valla fra il Dochu La e Punakha, costruito in onore del Folle Divino e dedicato alle donne che non riescono ad avere figli. La diavolessa rimase impressionata dal gigantesco fallo del Folle Divino e dal fulmine che saettò da lì, proprio da lì. In memoria di questo le benedizioni nel tempio vengono impartite con un fallo di legno rosso. Effetto garantito, dicono i monaci. Le donne tornano fertili e gli uomini riescono a fecondarle. Un viagra della fede. E’ il Bhutan, un altro mondo.

articolo e fotografie su   http://www.corradoruggeri.it/bhutan-punakha/

 

Bhutan, con una fede smisurata
alla ricerca della felicità

di Corrado Ruggeri

http://www.corradoruggeri.it/bhutan2/


Chi prega e chi ha altri pensieri, rilassato e attento a guardare il panorama dal finestrino. L’arrivo in Bhutan è una struggente avventura con sfumature da thriller se si scopre per caso, leggendo la rivista di bordo della Druk Air, la compagnia di bandiera, che per atterrare a Paro i piloti hanno bisogno di un’abilitazione aggiuntiva, come era un tempo per il vecchio aeroporto di Hong Kong. Qui lo slalom non è fra i grattacieli, ma tra le montagne di questo regno a un passo dal cielo, fra gli alberi e le vette, fra gomba e dzong, monasteri e fortezze. Terra di fedi smisurate, dove Buddha accompagna ogni passo della vita quotidiana, dove un re amatissimo ha deciso di frantumare la legge del profitto e di governare le aspettative umane secondo la più desiderata destinazione finale dell’animo umano, la Felicità. E infatti ha cancellato il gelido calcolo del Prodotto Interno Lordo per sostituirlo con una valutazione più umana, la Felicità Interna Lorda. E i sudditi gliene sono grati.
Qui si pensa meno al denaro e più ai sorrisi, anche se la mancia non è affatto passata di moda, e quando lo slalom in volo è finito e i piedi dei passeggeri poggiano ben saldi in terra, il benvenuto di rito è una sciarpa bianca e una tazza di tè, che profuma di miele, ginger e pepe. E’ una comitiva di festosi e accoglienti camerieri a offrire simboli di preghiera e bevanda, in abito tradizionale e scintillante spilletta d’ordinanza agganciata alla camicia, per tenere sul cuore e mostrare con orgoglio l’immagine di cui sono fieri, il re e la regina, una bellissima coppia di giovani e illuminati sovrani. Una specie di pubblicità Barilla in salsa reale, ma così appare il Bhutan, un mondo fuori dal mondo.
Paro è la porta d’accesso: un aeroporto, una strada centrale con i negozi, venditori di dhoma, il betel locale, molti campi di tiro con l’arco, lo sport nazionale, lo Dzong, che è insieme monastero, uffici pubblici, fortezza e tribunale, il fiume e l’Uma Paro, coccole a 2300 metri, rifugio a cinque stelle con ville nel parco e camere nel corpo centrale, albergo e piccolo palazzo reale per viaggiatori che amano il lusso discreto, le garbate attenzioni di un maggiordomo sempre a disposizione che riempie di legna la stufa della camera e accende il fuoco, rinnova la frutta, porta i dolci e serve il tè. Viaggiare comodi non è mai un delitto, se si può e se piace: con qualche confort in più non ci si allontana dalla gente, anzi, lo spirito del luogo si capisce meglio senza privazioni e sofferenze. La vocazione al martirio del sacco a pelo o della brandina nella stanza condivisa e senza acqua calda appartiene a culture diverse dalla mia. Chi la gradisce si accomodi, ma in Bhutan, come ovunque, avrà qualche rimpianto. Viaggiatore non è chi non si concede agi o comodità e pensa di mortificare il corpo per elevare la mente, viaggiatore è chi cerca l’altrove con semplicità e rispetto di ogni diversità senza però trasformarsi in quel che non è e non vuole diventare.
Il Bhutan è palestra ideale per il complesso esercizio dell’arte del viaggiare. Altitudine, comunicazioni difficili, strade che scompaiono e si trasformano in mulattiere, necessità di avere tempi dilatati, cibo a volte impegnativo. Però sa ricompensare chi si avvicina, regala l’amozione del silenzio, di uno sguardo, di un sorriso, delle preghiere, che siano bandierine votive o mantra ripetuti come un disco rotto, ma che fanno vibrare l’animo, perché vengono dal cuore.
Lo straordinario cuore di questa gente, smisurato di affetti e di potenza. Pompa come un tir che li fa muovere come gazzelle senza affanni, capaci di correre e saltare e caricarsi di pesi che farebbero crollare noi in pianura e che qui, sulle loro schiene, diventano leggeri come piume. Ci sono quattro ragazze davanti allo Dzong di Paro, i capelli lunghi neri trasformati in uno scialle che avvolge le spalle, i volti segnati dal freddo e dalla fatica, non dagli anni, che sono ancora pochi. Partecipano al restauro dello Dzong, che sopravvive dal 1600 e ha sempre bisogno di qualche attenzione: un muro che si sgretola, i gradini che si consumano, un tetto che traballa. Portano sacchetti di sabbia che le costringono a piegare la schiena, faranno avanti e indietro per 10 giorni, 50 volte al giorno. Eppure sorridono, quando camminano e faticano e quando riposano, abbracciate in uno stretto spicchio di sole, per scaldarsi sui gradini nel cortile fatato dello Dzong. La strada giusta, dicono, è quella della Fede. Buddha ha insegnato all’uomo a liberarsi dai tre veleni: ignoranza, desideri, rabbia. .
Solidarietà, affetti, famiglia, sono parole che qui significano ancora qualcosa. Le case, ad esempio, sono grandi ritrovi dove vivono insieme genitori, figli, nonni, zii, altri parenti, anche amici quando c’è bisogno, tutti sotto lo stesso tetto, tutti insieme a dividere quel che c’è e a unire le energie quando serve, tutti pronti a fare festa in compagnia, che è sempre più divertente. Case grandi, dove alle preghiere è dedicato un altare e se c’è spazio anche una stanza, gli ornamenti in legno alle finestre, la stalla al pian terreno le camere per mangiare e dormire al primo piano dove le pareti sono decorate con fiori di loto, svastiche, il nazismo non c’entra niente, animali mitici come il Garuda e grandi falli rossi che non è considerato simbolo di fertilità, ma strumento utile per tenere lontane le forze del male. Per questo viene dipinto anche sulle pareti esterne, sempre in dimensioni ragguardevoli, e a volte realizzato in legno e appeso sotto il cornicione. Non solo. Esemplari piuttosto robusti vengono usati per le benedizioni in alcuni monasteri: il monaco lo impugna, a volte fasciandolo con una sciarpa bianca, e lo sbatte delicatamente sulla testa di chi vuole benedire. Nessuno se ne ha a male, anzi.
Ecco perché avevano cercato un po’ di sostegno anche pensando alla benedizione che mi avevano dato, in un monastero di campagna, proprio con un fallo e un arco. Terranno lontani gli spiriti maligni, mi ero detto, durante l’ascensione al Tiger’s Nest, la prova più impegnativa del mio viaggio in Bhutan, tentazione terrena per chi ha portentose aspirazioni spirituali, una meta da conquistare con tre ore di salita e mille metri di dislivello. Un incubo della fede, un monastero, gomba lo chiamano qui, incastonato nella roccia e prigioniero della montagna, che ogni tanto brucia per colpa di qualche lampada a olio dimenticata o trascurata ma viene puntualmente ricostruito, a 3140 metri di altezza. Guru Rinpoche arrivò fin qui sulla schiena di una tigre volante, una specie di business class riservata ai protagonisti delle leggende, ma ora si va in turistica, tutti a piedi. C’è solo un modo per sottrarsi al tormento della salita: affidarsi alle robuste zampe di un asino o di un cavallo. L’avevo chiesto, mi ero raccomandato perché mi preoccupava la micidiale combinazione di una serie di fattori personali: il peso, 110 chili, un po’ di ipertensione, scarso allenamento e altitudine. Messi insieme creavano un discreto fattore di rischio. Insomma, pur disposto alla fatica, preferivo evitare problemi. . . E invece il problema c’è stato, eccome.
Sveglia alle 6, quella mattina. Brina nel parco, una notte sottozero, ma il cielo sgargiante dell’azzurro più bello che si possa immaginare, come un’acquamarina intensa incastonata fra le cime ai confini dell’Himalaya. E il sole in arrivo, che più tardi scalderà. Ma intanto si gela. Ho come un presentimento, qualcosa che mi suggerisce una colazione leggera, per non appesantirmi – si fa per dire – ed evitare ulteriori complicazioni. Come se davvero avessi il presagio di un problema. Caffè, una fetta di pane tostato, una spremuta e si va. Il campo base è a mezz’ora di macchina dall’albergo: la guida scherza, l’autista sorride, dice che mentre noi saliamo andrà a lavare la macchina. Sui primi tornati incontriamo una mandria di cavalli e asini che si avviano al loro lavoro, cioè portare al Tiger’s nest quelli come me.
Arriviamo e ancora non c’è nessuno. Poi ci raggiunge il primo gruppo di cavalli. La guida va a contrattare, prezzo e numero di animali. Lo seguo con lo sguardo e vedo che scuote la testa. Mi guardano, lui e chi governa le bestie, mi indicano con la mano, allargano le braccia. .
Abbozzo. Sorrido. Dico di provare con un altro gruppo che nel frattempo è arrivato. Stessa storia. Stessi sguardi, identica pesata con gli occhi. .
Terzo e ultimo tentativo, non cambia niente. Il cazziatone alla guida, alla quale avevo detto di assicurarsi che tutto fosse a posto, non serve a niente, è solo uno sfogo. Per la rabbia di dover fare quel che non volevo. E che ora farò. Guardo il Tiger’s nest e cominciao a camminare, sperando di tornare qui, da dove sto partendo.
Qualche centinaio di passi e sui primi tornanti il preoccupante benvenuto è di rapaci in picchiata che mi sfiorano, annunciati da un boato che mi accarezza la testa e dallo spostamento d’aria che non mi spettina, ma solo perché non trova capelli. chiedo alla guida, pensando che forse è un suggerimento a rinunciare all’impresa. . Su e giù per tornanti, gira a destra e poi a sinistra, una mulattiera polverosa fra boschi e precipizi, ruote di preghiera e torrentelli, terrazze naturali dove il Tiger’s nest sembra sempre a un passo ma resta lontano come una promessa mai mantenuta.Finchè appare davvero, a cento metri di distanza, e sono passate più di due ore. Ma per raggiungerlo bisogna scendere 300 gradini e risalirne altri 200. E siamo oltre i 3 mila metri di altitudine. . Il fiato è corto, le gambe pesanti. C’è la cascata che annuncia l’arrivo: . Ci sono, lo scialle bianco al collo in segno di rispetto. Il Lama lo prende, lo bagna con l’acqua benedetta e lo avvolge con i fumi dell’incenso. Tre prostrazioni in segno di ringraziamento. Sento i brividi, non di freddo. sussurra la guida che se ne è accorto. Penso a Sheik Nurudin, poeta sufi, profeta indiano della non violenza: .

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